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venerdì 11 luglio 2014

Davide Grassi parla del "Diario della mia Guerra"

Di libri nella mia vita ne ho letti tanti e, negli ultimi anni, ne ho scritti anche alcuni. Ma questo è - e sarà sempre - il libro più importante della mia vita. Il motivo? Il “Diario della mia guerra” lo ha scritto mio padre durante gli anni della sua adolescenza, che hanno coinciso con la tragica storia della seconda guerra mondiale.
Inutile negarlo: in questa prefazione l’aspetto affettivo svolge un ruolo determinante. Credo però di essere obiettivo se affermo che questo diario – “scovato” da mio padre a distanza di tanto tempo dagli avvenimenti raccontati e riscritto durate gli anni della sua pensione – è un racconto appassionato e appassionante. In queste pagine sono state annotate vicende personali intrecciate con momenti che hanno sconvolto il mondo. Bombardamenti e amici indimenticabili, cibo razionato e vacanze in mezzo alle risaie, fucilazioni di massa e primi timidi amori si alternano così come in un romanzo avvincente, ambientato però nella realtà.
Questo “Diario della mia guerra” ripercorre i cinque anni più tragici della storia italiana - dallo scoppio della guerra alla caduta del fascismo, dalla sanguinosa occupazione nazista fino alla liberazione - visti con gli occhi di un ragazzino costretto dagli eventi a crescere troppo in fretta. Pur tra violenze di ogni tipo, dalle pagine emerge il desiderio di vivere, il mantenimento dei valori, la ricerca – per quanto possibile – di una “normalità” adolescenziale, che fa però presto spazio alla consapevolezza, all’indignazione per gli orrori.
A colpire maggiormente è proprio lo stridente contrasto tra il desiderio di quotidianità – che si intuisce anche dall’uso ricorrente dell’ironia, quasi per esorcizzare la guerra - e la necessità di affrontare situazioni sconvolgenti. Si passa così rapidamente delle prime feste a tempo di musica, al bombardamento che distrugge la casa in cui si è cresciuti; dallo scherzo goliardico (divertentissimo l’episodio del caos provocato dalla telefonata ai fascisti per avvisarli della presenza in un bar “di partigiani ubriachi travestiti da nazisti” che, in realtà, erano proprio militari tedeschi) alla cruda realtà delle persecuzioni causate dalla delirante ideologia di Hitler e dai folli criminali che l’hanno messa in pratica.
In questo diario emergono storie ormai lontane, ma da non dimenticare mai. È un libro rivolto agli anziani - che in queste pagine possono ritrovare episodi vissuti in prima persona - ma soprattutto ai giovani. Credo, infatti, che per loro possa essere un’occasione per conoscere meglio quanto è successo dal 1940 al 1945, gli anni più tragici della storia italiana. In questo senso, sono convinto sia un libro “istruttivo”, utile anche per evitare che gli errori – e gli orrori – del passato possano ripetersi.
Quando qualche anno fa lessi per la prima volta questo diario dissi subito a mio padre: “È bellissimo: perché non provi a pubblicarlo?”. Mi rispose: “È solo il diario di un ragazzino, a chi vuoi che interessi?”. Si sbagliava.
Questa è la versione integrale del diario, di cui conservo gelosamente l’originale con dedica di mio padre. Contiene avvenimenti storici, note minuziose, descrizioni di una Milano che non c’è più, con mestieri ormai rimasti vivi solo nella memoria dei meno giovani. Anche i lunghi periodi trascorsi a Lumellogno (Novara), terra natale dei genitori di papà, sono raccontati con molti particolari, interessanti anche da un punto di vista storico e sociale.
Ho però un grande rammarico: purtroppo mio padre non può assistere alla pubblicazione di questo libro. Per una tragica ironia della sorte lui, che nel diario racconta di essere scampato miracolosamente a bombardamenti e pallottole, è scomparso in modo improvviso e assurdo.

Qualche giorno prima del Natale 2005, decise di riparare la pista per le macchinine che usavo da bambino. Voleva fare una sorpresa a mio figlio Gabriele, che compiva cinque anni il 27 dicembre 2005. Uscì di casa felice per andare dall’elettricista, alla ricerca di un pezzo da sostituire. Non lo trovò. Al ritorno trovò invece un’automobile che lo colpì mentre attraversava la strada, facendogli urtare violentemente la nuca sull’asfalto. All’ospedale venne operato alla testa e rimase tredici giorni in coma. Poi si spense: un giorno dopo Natale, un giorno prima del compleanno di Gabriele. Forse decise così per non rovinare per sempre le due feste a chi voleva bene.
La scatola con la pista delle macchinine ora è chiusa. E non verrà mai più riaperta. Mi auguro però che venga aperto spesso questo libro, un sogno realizzato per me, mia madre Annamaria e mia sorella Vania.
Il diario di papà è rimasto troppo a lungo dimenticato nel cassetto. Il ricordo del suo autore - un padre e un marito meraviglioso - rimarrà invece sempre vivo nei nostri cuori.
Davide Grassi
 

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